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Conobbi Mario Tobino a Vezzano Ligure, quando prestavo servizio nella locale caserma e lui tornava d’estate a trovare la madre.
Il padre farmacista, originario di Tellaro, la madre, vezzanese, figlia di proprietari terrieri, con una storia che lui avrebbe poi intrecciato nel suo libro " La Brace dei Biassoli".
Ora, da venticinque anni, Tobino è medico psichiatra a Maggiano, dove vive in un castello con 1039 matti, 200 infermieri, 19 suore e un cappuccino. Un regno chiuso, sì, ma pieno di anime che non si arrendono.
L’ho ritrovato a Lucca, dopo il mio trasferimento all’Ispettorato del lavoro.
Lella, la sua governante, ha cucinato un’ottima garmugia, arrosto di cinta senese e buccellato; e dopo aver quasi finito un fiasco di rosso delle cantine Falaschi, la conversazione è scivolata dalla guerra di Libia ai segreti del manicomio.
Lì rinchiuse, mi racconta Mario, le donne sono un mondo a parte.
Non solo follia, non solo desiderio che esplode: anche fierezza, poesia, una libertà che nessuna serratura riesce a soffocare.
C’era la Crivelli, che cercava il sesso ogni ora del giorno; la signora Alfonsa, che giurava di aver baciato il sesso del diavolo.
E poi la professoressa, una diavola elegante, che in mancanza d’uomini era allegra delle sue stesse mani e di quelle delle altre donne.
Si muoveva la notte, seguita da tre o quattro gallinelle ubbidienti, e dominava tutti, anche i controllori.
Ma accanto a loro, Tobino parlava delle altre, con una tenerezza che non gli avevo mai sentito.
Le chiamava "le sue libere donne".
Quelle che cantavano per non morire. Quelle che si pettinavano come regine pur non avendo più uno specchio.
Quelle che, pur chiuse dentro, conservavano un passo da passeggiata sul mare.
Quelle che si inventavano una libertà interiore più vasta delle mura. Quelle che, quando parlavano, sembrava di ascoltare una poesia storta ma luminosa.
«Sono creature che la vita ha ferito» mi disse, «ma che non hanno perso la dignità. A volte sono più libere loro di noi, che ci crediamo sani».
Spettava alla professoressa iniziare ogni nuova ricoverata. Quella regina perversa, così affabile e distinta, aveva un bel parlare e si tratteneva dal pronunciare parole volgari; in realtà era una bugiarda invidiosa, dalle labbra velenose e dagli occhi acuti di peccato.
Ci fu un’indagine quando una giovane venne trovata gravemente ferita con un ferro da calza.
La diavolessa convinse tutti della sua innocenza, scaricando la colpa su suor Adele. Suor Adele fu trasferita; il fatto archiviato come tentato suicidio.
«È incredibile come esplode il desiderio nelle menti segregate» disse Tobino.
«Ma è ancora più incredibile come certe donne, lì dentro, riescano a restare fiere. Sono loro che mi insegnano la libertà».
Quando esco sono le sei e mezzo. Fuori è il cielo plumbeo di una primavera che tarda ad arrivare.
Da casa Tobino non ci vuole molto ad arrivare in via Fillungo. Passo a salutare Pascoli, che trovo come sempre seduto al caffè Di Simo.
Mi invita al suo tavolo e, sorseggiando un bichiere di rosso, mi dice che si sposa il Puccianti e mi mostra la poesia che gli vuol dedicare.
Noto, ancora una volta, la ricostruzione morbosa che Giovanni fa del suo nido familiare, dove pure trova pace e serenità.
«Scavare nella mente dell’uomo è come fare un buco nella terra» mi aveva detto Tobino.
«Più si va in profondità e più vien fuori o terra nera, o scialba, o roccia o squama. E ogni volta è un mistero che genera meraviglia o scopre lo scheletro».
Torno per la via, in strada c’è la gioventù e la bellezza, la gioia della mimosa per la festa.
E penso alle donne di Maggiano: alle loro voci, ai loro canti, alle loro follie che sono anche, a modo loro, un modo di resistere.